Musicologo, arrangiatore e tenore lirico apprezzato soprattutto in ambito liederistico e antico. Intraprende gli studi di canto sotto la guida di Giovanni Guerini dopo la vittoria ottenuta nell’ultima edizione del concorso nazionale "Festagiovani" nel 1998. Si avvia fin da subito al solismo dedicandosi parallelamente allo studio teorico della vocalità antica e delle sue prassi esecutive. Predilige repertori madrigalistici e sacri, nonchè il repertorio liederistico e della canzone americana d'autore. Con un passato da singer a fianco di importanti band della provincia di Bergamo, collabora da più di 10 anni con una band professionista di progressive rock (Minstrel) nella doppia veste di cantante e compositore. Con questa formazione continua a leggere...
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7.03.2001
Alberto mi ha fatto scoprire una vera chicca musicale: trattasi di Hiromi Uehara, pianista d'origini giapponesi che si sta imponendo sulla scena statunitense e mondiale del jazz/fusion.
Ho ascoltato e ascolto con vero piacere in questi giorni il suo ultimo album, edito nel 2007, intitolato "Time Control". I musicisti ospitati nell'album sono di assoluto rispetto, ma su tutti svetta la chitarra stratosferica di David Fiuczynski, con le sue scale modali, il suo gusto e la sua scelta incredibile di suoni.
Un album nel quale è tanto facile perdersi in melodie orecchiabili quanto rimanere sbigottiti per scelte stilistiche e di produzione assolutamente inusuali. A tratti serissimo, a tratti assolutamente dissacrante nella suo ironico gioco delle parti fra i vari musicisti, tutti, come si diceva, assolutamente eccelsi.
Per non parlare del fascino che emana questa ventottenne del sol levante, semplicemente adorabile. Solito maschilista? Attenzione: fascino dissi, non semplice e sterile bellezza; sottile enorme differenza.
Che dire... grazie Alberto, ma soprattutto (mi sembra giusto) grazie Hiromi!
Finalmente trovo due minuti per poter parlare del Concerto di Chiusura del Clusone Jazz 2007, avvenuto il 29 luglio in Corte Sant'Anna.
Almeno due parole sul luogo scelto per l'evento finale: il cortile antico di Sant'Anna non è solo sede del negozio di commercio equo-solidale dal quale, di solito, ci forniamo io e Katya; e nemmeno della Libreria Scientifica Rasmussen, dove acquisto da sempre libri, manuali e saggi per me (e ora anche per Lorenzo); è soprattutto una tappa obbligata per sottrarre orecchie e occhi dalla mischia cacofonica, tipica del centro cittadino clusonese estivo, per ritrovare il silenzio e la rilassatezza di un chiostro con i suoi echi interni.
Il luogo scelto è pertanto risultato a mio avviso vincente. Ben più di una piazza dell'Orologio, certamente più ricca di storia e bellezza, ma assolutamente mancante di un gran requisito: l'intimità.
Perchè i due concerti scelti dall'organizzazione avevano esattamente la stessa cifra emotiva: l'intima relazione che si stabilisce tra spettatore e artista sul palco.
Sia Rita Marcotulli con il suo pianoforte che Gianmaria Testa con il suo quartetto hanno puntato ad una relazione empatica con il pubblico. Il luogo ha certamente contribuito.
Ed è proprio sull'intimità sviluppata che baserò le mie prime opinioni sul doppio concerto. Naturalmente sarà di certo soggettivo il gudizio, è una banalità, ma è giusto dirlo. Soprattutto sapendo che alcuni lettori di questo umile blog adorano il cantautore delle nuove migrazioni ed ammetto che anche io trovo alcune sue canzoni davvero straordinarie.
Ma andiamo con ordine.
Innanzitutto parliamo di un episodio che mi ha dato parecchio fastidio. Già durante i vari soundcheck pomeridiani, a cui ho assistito i giorni precedenti (fra i quali anche quello del conterraneo Trovesi) io portandomi dietro anche Lorenzo (incantanto di fronte alla meraviglia della musica), ho trovato il pubblico classico del festival parecchio altezzoso, un atteggiamento da: "ma come fate a non capire che questa è vera musica e il resto è semplicemente merda! Che ignoranti...". Chiaramente nessuno ha detto queste cose al sottoscritto, ma è questione di pelle; anche perchè nessuno si è praticamente avvicinato al sottoscritto per parlare (o salutare), tutti probablmente presi a guardare il cielo... ma non generalizziamo, farlo sarebbe certamente un gravissimo errore. E allora diciamo che per tutta risposta, la sera del concerto, entra nel bar allestito in Corte uno che conosceva Alberto, l'amico (contra)bassista che mi ha accompagnato alla serata. Due battute e questo se ne esce con: "Ma io sono qui per la Marcotulli, quell'altro non so neanche chi cazzo sia". Parole più o meno simili che suonavano come: "ragazzi, conosco tutti gli dei in terra che suonano, se non so un nome significa che è nulla e pertanto mi sento tranquillamente libero di innalzarmi quando alla fine probabilmente è solo mia ignoranza pura".
Ma non sto dicendo che Testa bisogna conoscerlo per forza! Anzi! Sto dicendo piuttosto che se io dico di amare la musica, di essere sempre alla ricerca di nuove sonorità, di nuovi spunti e sputo al primo nuovo nome che sento, mi rendo ottuso e assolutamente ignorante.
Inutile dire che a quelle parole sono rimasto interdetto; io e il mio trattato di Contrappunto e Fuga del Dubois appena acquistato alla Rasmussen. Davvero una magra figura.
E ve lo dice uno che non conosceva la Marcotuttli, ma proprio mai mai mai sentita! Ma mica andavo in giro a dire che "ero lì per testa, echicazè'staritaqua ecc ecc".
Beh, sono stato lungimirante. Il breve concerto di piano solo della grande Rita è stato semplicemente straordinario.
Ed è una cosa che mi fa pensare. Come è che Bollani lo si ritrova ad ogni festival che ha collegamenti con le radio europee, un certo Einaudi sta lentamente erodendo un cognome monumentale per la storia italica con album vacui e un altro certo Allevi ricevi encomi a destra e a manca, quando alla fine ci sono pianiste del calibro di Rita Marcotulli sulla piazza e il suo nome non richiama nulla ai non addetti ai lavori (come il sottoscritto) e soprattutto ha la metà della metà della gloria che meriterebbe?
Ha eseguito pezzi davvero straordinari, tutti suoi. Il migliore è stato certamente il brano dedicato al cinema di Truffaut: basandosi sul codice sonoro morse ha sviluppato armonicamente un tema ritmico che risponde ai nomi di due personaggi principali di un film del maestro francese. L'ha prima citata ritmicamente al microfono, poi con le mani sulle assi del pianoforte e poi è partita. E lì si è volato!
Insomma un fenomeno. Certamente acquisterò dei suoi cd perchè meritano assolutamente.
Altro che Allevi! (E qui sto diventando un perfetto jazz's man... ^^)
Alla fine della sua oretta passata con due mani su 5 ottave bianconere volevo semplicemente buttare via il Dubois appena acquistato...
Sul finire del concerto di Rita ecco spuntare Testa e il solo batterista. Due parole, applausi e prima sessione insieme. La canzone è alla Paolo Conte sputata, ma il risultato sonoro è efficace e assolutamente vincente, un tripudio! La Rita se ne esce con le ovazioni ed entrano gi altri della band di Testa. Si parte con il suo concerto e... ed è inutile girarci intorno: alla terza canzone avevo già ripreso il Dubois in mano. E' innegabile che dopo le esperienze armoniche di Marcotulli, gli accordi classici, le cadenze perfette e le sue piccole asperità subito risolte di Gianmaria sembrassero fin troppo sempliciste. Non nego che gli organizzatori abbiamo puntato ad unire i due artisti sul piano della loro collaborazione in alcuni dischi più che sul piano strettamente musicale, ben consci della differenza sostanziale della musica proposta.
Ma forse avevano puntato proprio a quell'intimità che entrambi gli artisti hanno saputo creare.
Uno grazie ad una sincerità con la quale si pone al pubblico, l'altra grazie soprattutto ad una umiltà davvero unica con la quale si approcciava a noi, comprensibile nella voce emozionata con la quale descriveva le sue canzoni e nel modo gentile con il quale ringraziava, con lo sguardo di chi sembra dire: "grazie, ma... non vi sembra troppo?".
In conclusione Gianmaria Testa ha saputo offrire con la sua band un concerto davvero d'alto profilo, ma a mio avviso il suo contributo alla musica italiana d'autore è ancora poco incisivo.
A tratti sembrava di ascoltare Bubola e la sua scuola cantautorale per certe soluzioni melodiche, nel canto poi è fin troppo incline a rammentare al pubblico il Maestro Conte (e scusate, ma lì non c'è storia...) e tecnicamente la chitarra di Testa è più un orpello che uno strumento utilizzato per creare musica (non un assolo, non un passaggio, semplici accordi); ma produce testi molto belli, ha molto da dire di sé, sa essere spiritoso, sa eliminare la distanza dal pubblico con umiltà degna di un musicista vero. E poi è sincero. Lo si capisce subito, da come canta, da cosa canta e da come spiega quello che ha appena cantato.
Credo che anche Alberto, poco incline alle "rotte dei dirigibili" e ai loro cantori, abbia apprezzato questo più che le canzoni in sé (che trovo comunque molto belle) o ai musicisti (per altro ottimi).
Finale con il rientro di Rita che ha accompagnato Testa in due duetti. In questo caso la Marcotulli si è dimostrata anche un'intelligentissima pianista d'accompagnamento jazz. Non ha strafatto, anzi è sempre stata nella retroguardia, facendo in modo che il "motivo" della canzone fosse espresso dalla voce e dall'animo dell'artista che quella canzone ha concepito.
Non nego che a volte mi sarebbe piaciuto che avesse preso in mano la situazione, ma ho apprezzato l'umiltà della pianista nel sapersi mettere al servizio di una performance. Qualità rara nei musicisti, rarissima nei musicisti di sesso maschile.
Lode e onore a Rita dunque. Bravo anche Testa, ma nella serata, mi sia perdonato, era lei il "gruppo di punta".
Questo è l'ultimo post prima delle ferie. L'ultimo sarà postato Venerdi poi... Monterosso al mare!
Vorrei dedicare questo scritto scalcinato alla sorella di New York city, sperando di non averla "delusa". Speriamo semplicemente di averti qui la prossima occasione durante il grande festival Clusone Jazz!
Ieri sera puntatona speciale, in diretta dall'Auditorium "parco della musica di Roma", di Radio3 Suite Jazz.
Un concerto che definire straordinario è un eufemismo!
Ecco il programma, preso direttamente dal sito di Radio3:
JOHN ZORN - COMPLETE MASADA
in diretta dall'Auditorium - Parco della Musica di Roma
Uri Caine Solo
Uri Caine - pianoforte
Masada String Trio
Mark Feldman, violino; Erik Friedlander, violoncello; Greg Cohen, contrabbasso
Electric Masada
John Zorn, sax contralto; Marc Ribot, chitarra; Jamie Saft, tastiere; Ikue Mori, elettronica; Trevor Dunn, contrabbasso; Cyro Baptista, percussioni; Joey Baron, batteria; Kenny Wollesen, batteria
Uri Caine è stato un fiume in piena, straordinario nelle folli imprese armoniche in cui si è cimentato e nelle ritmiche sincopate che ha presentato.
Il Masada string me li sono persi causa Cd dei Minstrel (eh si...) e gli Eletric hanno presentato improvvisazioni che spaziavano dalla fusion stile Tribal tech, fino a raggiungere i lidi del metal più estremo.
Su tutto si stagliava un sax stuprato, umanizzato, distrutto ed elevato dell'imperatore John Zorn.
Certamente pazzo, sicuramente necessario.
Grazie Radio3.
PS: sono anche riuscito, con un fugace telefonata, ad avvisare il bassista che mi ha fatto scoprire Zorn, chissà se è riuscito ad acoltare qualcosina anche lui?!
PPS: i link li sistemo con calma, ari-sob...
Mentre gli raccontavo del futuro microscopio su Monteverdi, che presto verrà pubblicato, ecco uscire una mia fatidica domanda: "ma tu perchè ascolti Jazz?".
Complice il vino, la fredda serata invernale, l'amicizia, la risposta è arrivata dopo pochi giorni e pure scritta sotto forma di un post che, con enorme piacere, pubblico con il consenso dell'autore stesso. Lui è Shifrapua, scrittore di poche, grandiose recensioni pubblicate nel blog intitolato Visibile/Invisibile, per ora chiuso. Nel suo nick è racchiuso tutto: la sua spavalderia, l'innocenza perduta, l'amore per le Sacre scritture; se tanto vi basta...
Pare che abbia promesso anche nuove recensioni e riflessioni, sia sul cinema che sulla musica, da poter pubblicare qui. Io attendo con ansia e sono convinto che, dopo aver letto questo lucido, incisivo post, sarete smaniosi quanto me!
Brownie McGhee, cantante di blues[2] del Tennessee, ha affermato che in molti blues è celato un segreto. “In quasi ogni verso è nascosto qualcosa.” Ma a chi gli chiedeva che cosa fosse nascosto, egli rispondeva in maniera vaga: “Sai, io parlo alla mia gente”.
Qualche amico (l’autore del blog) mi chiede spesso cosa io trovi di particolare nell’ascoltare il jazz. Oralmente le risposte erano troppo vaghe e, a pensarci bene, anche annebbiate dal vino. Allora il Mauro mi ha pregato di stendergli queste righe, molto in libertà naturalmente, proprio sul perché io tenga varie cassette in macchina di jazz, cosa (diavolo) ci trovi in questo genere di musica, etc.
Nelle righe che seguono non c’è nulla di didattico (a parte due note a piè pagina per inquadrare ciò di cui stiamo parlando), ma solo impressioni, dimensioni, motivazioni… di un ascoltatore di jazz venticinquenne.
Personalmente: ascoltare il jazz è pazzesco. Hai tutto assieme, l’amore, il tempo, la morte. È il massimo.
Una grande passione, che col tempo si nutrita di approfondimenti, sterminate letture su questa musica straordinaria e i suoi protagonisti dalle storie tormentate. Il primo approccio che ho avuto col jazz è stato proprio attraverso una dimensione antropologica, cioè legata ai personaggi che l’hanno creato. Penso che anche il più profano dei profani in fatto di musica abbia sentito qualche aneddoto su certe personalità jazz, certi comportamenti scandalosi, certe contraddizioni. Un alone quindi misterioso, perlomeno ambiguo, aleggia sempre intorno ai personaggi di questa genere musicale… forse proprio perché anche alle primissime origini il jazz, e cronologicamente anteriore ad esso il blues, erano considerati vicino al diavolo perché celebrano quelle dimensioni dell’esistenza umana considerate perverse e immorali. Un genere di musica, dunque, tesa a cantare gli aspetti ambigui e tabù dell’esistenza.
Nella sua evoluzione, quella che la porta a mutare (da blues) a jazz, io vi ho trovato una spiccata tendenza a parlare dell’insensata, mai comprensibile corrente della vita. Trovo in certi pezzi la tensione per qualcosa che non si risolve, e mai non si risolverà: naturalmente momenti biografici (miei) si agganciano, come inconsciamente, alle composizioni. Questo, probabilmente accade in tutta la musica: ma nel jazz io vivo questa simbiosi con un effetto amplificato.
Amo il jazz anche perché trovo personaggi-divi del proprio strumento, grandi creatori di glamour, instancabili autori di trasgressioni musicali. Una grande varietà - leggo - in certi artisti che sono riusciti a parlare della propria vita con la sola forza della propria produzione musicale, attraverso un iter in costante evoluzione. Uno dei luoghi comuni del jazz – errato - è proprio quello di considerarlo una “musica universale” come qualcuno ha affermato con ingenuo entusiasmo. D’altro canto non bisogna cadere nella visione opposta, cioè ritenerlo arte confinata nell’ambito di un ristretto gruppo etnico.
Non amo tutto il jazz, ogni singolo compositore, dai primi agli ultimi. Ci sono artisti che non riesco a sentire, li trovo indigesti, non-comprensibili. Certamente anche il mio orecchio va costantemente affinandosi, e – ogni tanto – ripesco cd di qualche jazzman a me ostico proprio per cambiare punto di vista, cercare di adeguarmi al suo stile, leggere il suo percorso musicale. E questo fatto è molto più marcato qui, che negli altri tipi di musica, perché l’artista jazz riflette, in modo più ampio di ogni altro musicista, la realtà in cui è immerso nell’ora in cui volge la sua produzione: che non è ancora storia, ma è cronaca, costume, mescolanza di futilità con fatti e idee che poi si riveleranno importanti. Il jazz porta nelle sue note una cronologia tutta particolare. E questo aspetto va tenuto presente, perché chiunque voglia accostarsi al jazz deve (se non l’ha già…) costruire l’orecchio su certe melodie, avere la pazienza di continuare a ri-ascoltare pezzi, ri-tornare su certi passaggi, lasciarsi insomma contaminare.
Questa musica mi parla anche di (e attraverso la) nostalgia.
Nostalgia per un mondo che non ho vissuto, la coloratissima storia di New Orleans immersa nel profumo delle sue magnolie, gli anni delle flappers, cioè le ragazze coi capelli alla garçonne che ballavano il charleston cercando di somigliare il più possibile a Clara Bow, gli anni delle sparatorie fra gangs rivali, gli anni delle fiaschette di whisky nelle tasche posteriori dei calzoni, gli anni in cui si mangiava, si beveva, si ballava e si giocava d’azzardo fino all’alba o per giorni e tutto questo era – bellissimo! – proibito. Gli anni insomma che non vivrò mai.
Ma penso spesso anche a due versi dei Dire Straits:
Sono nato per stare con questa ragazza
Come il sassofono è nato per la notte
Fra le dimensioni proibite che si biasimavano al jazz c’era anche l’amore, espresso il più delle volte con versi pornografici: il tema predominante dei primi blues era infatti quello del rapporti sessuali e non c’era alcun ritegno nelle forme di espressione usate.
Sono del parere che da qualsiasi punto lo si voglia vedere, il jazz è comunque un tipo di musica che non sopprime l’individualità (non l’individualismo!), anzi ne fa il perno per costruire relazioni. Insomma per non dilungarci: se avete in auto una bella figliola e non avete un pezzo jazz siete proprio degli sfigati! Il jazz[3] può anche decidere di certe vostre serate: provare per credere!
In conclusione, non posso tacere il fondamentale motivo per cui ascolto jazz: perché mi tocca come nessun’altra musica sa fare, perché mi fa sentire diverso dal momento in cui mi faccio catturare, perché mi fa venir voglia di essere un uomo migliore, perché mi trasporta – attraverso balenii di inquietudine e disagio – verso qualcosa che sa di libertà, perché insomma anche il jazz è entrato a far parte di momenti che esprimono una promessa di felicità e al tempo stesso però mi dice, tranquillamente, che anche l’amore può essere un massacro.
Mi viene in mente d’avere letto da qualche parte che nessuna descrizione non-poetica della realtà potrà mai essere completa. Beh… ogni volta che ascolto jazz, me ne rendo veramente conto. Forse proprio per quella cosa che si diceva nelle terre dove stava nascendo questa musica, cioè avere i blues: “Quando ti svegli al mattino, ti siedi sulla sponda del letto, e puoi avere vicino a te padre e madre, sorella e fratello, il tuo ragazzo o la tua ragazza, ma tu non ha voglia di parlargli… non ti hanno fatto niente, e tu non hai fatto niente a loro, ma cosa importa? I blues si sono impadroniti di te.”
Anche questo – già – fa parte della mia vita. Non ammetterlo sarebbe stupido.
Shifrapua
[1] Lasciate che l’Espresso di mezzanotte / mi illumini passando; / lasciate che l’Espresso di mezzanotte / mi illumini con la sua luce piena di amore. (Antica ballata blues).
[2] Il blues è un canto squisitamente individuale che ha giocato un ruolo fondamentale nell’evoluzione della musica afro-americana e più specificatamente nel jazz.
[3] In questo caso però si tratterebbe di un uso strumentale del jazz. Cosa non ammirevole per un “vero” cultore di jazz. A buon intenditor…