giovedì, 05 gennaio 2006
Chiedendo perdono all'autore del pezzo per l'attesa spasmodica, pubblico finalmente, con brevi miei commenti, la seconda parte della lunga e dettagliata scheda tecnica dedicata a Rob Halford. Nuovi mp3 al riguardo li trovate naturalmente sulla Radio Blog. Buona lettura!
LEGENDA
Demian
Mauro
CAPITOLO SECONDO :“METAL RULES THE LAND!”
Il successo planetario, la mobilitazione delle masse, lo “screaming” il chiodo e le borchie.
“Sin After Sin” è il terzo Priest album , registrato nel 77 per la CBS con la produzione di Roger Glover (il bassista dei Deep Purple per chi non ha dimestichezza con i nomi).
Il tour di Sin After Sin fu il primo negli States.
La svolta stilistica fu abbastanza netta: ritmiche sostenute (alle pelli il giovane Mr. Simon Phillips, non certo l’ultimo degli stronzi), riff rabbiosi spezzati dai frequenti assoli eseguiti alternativamente o armonizzati. Ovviamente un bell’album, anche se non tra i miei preferiti, che impose definitivamente lo stile “Priest” come fondamento vitale della nuova musica “heavy”, dalla quale prese il via qualche anno più tardi, il movimento della NWOBHM (new wave of british heavy metal) di Iron Maiden , Saxon, Diamond Head e di tutta quella gentaglia lì.
Dal punto di vista vocale il cambiamento fu ancora più netto: vennero abbandonati (in parte) certi “azzardi” interpretativi (che rimasero seppur velati nelle ballad) a favore di una esecuzione molto più “dura”, “disinibita” e “criminale”, propriamente rock.
Ascoltando quest’album pare che Rob, essendo molto più padrone che in passato delle proprie capacità e certo del proprio carisma, riesca ad esprimersi con molta più determinazione ed efficacia, senza la necessità di “strafare” per attirare l’attenzione di un pubblico che ormai lo conosce e lo apprezza. Ecco che la voce non ha più come principale valvola di sfogo (perdonate la metafora idraulica) gli iper acuti dei precedenti album, ma diviene sempre meno ridondante e sempre più brusca e diretta, sempre meno di “stile aulico” e sempre più personale.
Da parte mia, però, ritengo che dietro questo approccio più fucking rock, oltre ad una precisa scelta stilistica ci sia stato lo zampino di un raffreddore bastardo, che lo accompagnò per tutto il periodo delle registrazioni. Grazie ad una rara sconfinata imbecillità della quale sono stimato ambasciatore, mi sono sempre divertito ad immaginarmi il Robby, sciarpettina di lana, nel suo ormai non più buco studio… pigna di fazzoletti da una parte, stavolata di jack daniel’s dall’altra; dietro al vetro della cabina mix la band e Glover a fabbricare spinellazzi mai visti : <<Ok sir, I need to sing it again…>> <<but it was cool!! Com’on Rob! Shout>>
Molto semplicemente e senza nessun raffinato approfondimento pseudo-saggistico-paraculo, ecco spiegati gli acuti “sporchi” e “ruvidi” di “Sinner” o “Starbreaker”, contrapposti a quelli (sempre in gola intendiamoci) di “Call for the priest”, più in vecchio stile.
Questo “sporcare forzatamente la voce” potrebbe lasciare perplessi, beh… possiamo discuterne, ma allo stesso tempo non possiamo trascurare l’effetto delle graffianti ascese di “Sinner”, la verve passionale di “Here come the tears” (seconda parte) e l’incedere magnetico delle voci di “Dissident Aggressor”.
Ho massimo rispetto per tutte le eventuali critiche tecniche (ci stanno via), ma qui, finalmente, abbiamo la possibilità di svincolarci dalla posizione di ascoltare passivo elevandoci psicologicamente su di un nuovo livello cognitivo, praticamente sul fottuto tavolo dello stupido salotto borghese di casa, ed intonare o stonare a seconda delle nostre possibilità: <<Saaaacrifice to vice or die! by the hand of the Sinnar! (con l’eco “innar/nnar/ar!) Sinnar!…. Sinnaaaaaroooooh!>>. Dall’alto si ha sempre una prospettiva migliore. Fra tutte le considerazioni di errori tecnici che si potrebbero fare (ma non si vogliono fare!) mi sembra piuttosto interessante, nel punto indicato da Demian, notare la differenza fra la nota acuta tenuta con la A e quella tramutata in O, con un gioco vocale in cui conta più l’esperienza che la tecnica. Ci sarà oramai chiaro che gli acuti di Halford sono, fin dagli inizi della carriera, tenuti grazie ad un buon uso naturale del falsetto. La naturalità dell’impostazione favorisce certo la possibilità di cantare discretamente e subito, ma ha il difetto che non contempla tutte le possibilità che la lingua d’utilizzo pretende. Per questo il nostro Halford si trova a suo agio con note che superano il Mi3 e con vocali come la O, di loro natura corpose e rotonde, o la I e la E che, in futuro, usciranno perché “schiacciate” sul palato. Le A di Sinner infatti, ascoltatele, sono davvero troppo chiuse, a metà strada, non completamente passate al registro di falsetto.
Appena però Rob accenna ad una intervocalizzazione verso la O tutto si aggiusta e il suono diviene più chiaro e nel contempo più potente. Impostazione naturale: brutta bestia se non la si prende nel verso giusto…
RADIO BLOG: N. 26 - EXITER A CONFRONTO (JUDAS PRIEST)
Tornando al disco: così al modico prezzo di “10 euro la botta” (i remaster costano dai 10 ai 12 Euro) lor signor e signore si assicurino, lo raccomando, la possibilità di assistere “all’entrata in scena della Voce” della quale sproloquiavo nel primo capitolo, chiuso il discorso.
“Dissident Aggressor”, l’ultimo stupefacente e tellurico momento di Sin After Sin, apre le strade al successivo album “Stained Class”, 1978, tra i migliori della discografia Priestiana.
“Stained Class” è un disco da ascoltare tutto di un fiato, contenente 9 tracce (11 nel remaster: una inedita e una live).
E’ forse l’unico lavoro dei Judas Priest che non saprei come definire decentemente (il mio italiano è purtroppo povero di termini ragionevoli). E’ un album strano, dai contenuti tetri ed evocativi, incentrato sul tema della morte.
Anche la voce si pone spesso in maniera che fatico a comprendere: stilisticamente credo ci sia stata una “mediazione” più o meno sensata tra l’approccio acuto e teatrale di Sad Wings e quello più immediato e “irascibile” di Sin after Sin (in un anno gli sarà pure passato sto raffreddore); questo più ampio margine di possibilità interpretative, però, forse non ha portato ai risultati sperati. Mi spiego: ci sono pezzi clamorosi “Exiter”, “Beyond the realms of death”, “Better by you better than me”, “Heroes end” con linee vocali che ottimamente si adattano alla musica (o forse dovremmo dire che è la band ad adattarsi a Rob), cambi di registro frequenti che creano momenti interessanti (heavy metallicamente parlando), altri pezzi invece sono cantati in modo certamente discutibile: “Saint in hell”, inizio di “Savage” (sempre metallicamnete parlando). La stessa e stupenda Exiter presenta punti “incerti”, il più evidente nel crescendo finale.
Non sono d’accordo con chi dice che Stained Class sia un album ben cantato, almeno non completamente: credo ci siano troppe parti “eccessivamente acute” che tendono a distogliere l’attenzione sui momenti più bassi e magari di maggior spessore. Sto parlando quindi di un difetto a monte, a livello compositivo, causa di diverse forzature o “stranezze” esecutive. E’ interessante a riguardo ascoltare la “revisione vocale” che diversi pezzi (tra i quali la title track) hanno avuto nel corso dei tours.
Ho unito i due finali proprio per comprendere l’abisso che esiste fra le due voci! La prima ha le E di STAAAND non ancora “schiacciate” sul palato (e questo crea quella fastidiosa sensazione di voce stridula sull’ultimo acuto!) e finale con una A apertissima e intervocalizzata che crea una sensazione di disagio. Assolutamente un brutto ascolto.
Nulla a che vedere con la tecnica e soprattutto l’esperienza che esce nel finale di Exciter presa dal live “Unleashed…”: E più schiacciate (quasi E/I nei punti più acuti) e il finale puntato dritto su una O intervocalizzata, molto più comoda, molto più rotonda. C’è un piccolo punto in cui la voce casca, ma è nulla in confronto a cosa esce. Un vero abisso! Riascoltatele!
RADIO BLOG: N. 27 - SINNER (JUDAS PRIEST)
Inoltre nemmeno credo di buon gusto la scelta di doppiare artificialmente la voce nelle parti alte, anzi(!), tanto per ribadire la mia propensione verso un modo schietto e sincero di rapportarsi nella vita, affermo che solo un fonico completamente deficiente possa mixare la voce in quel modo odioso! Per dio sta cantando Rob Halford, mica Ozzy! (dico Ozzy perché da Sabbath Bloody Sabbath in poi ha sempre avuto come sostegno voce quel combinato stupido di “pitch” ed “echi ravvicinati”, se aggiungete alla ricetta del riverbero con poco feedback otterrete l’ottantiano iper-pattone “effetto doccia”).
Resta comunque da tramandare, da generazione in generazione, l’ottima prova nelle canzoni citate, che migliora notevolmente nel corso dei live (diversamente che con altri cantanti è più facile apprezzare Rob nelle registrazioni tratte dai live rispetto a quelle in studio).
Discorso a parte andrebbe fatto per quel gioiello irripetibile di “Beyond the Realms of Death”, una tra le migliori ballad della storia del rock.
….Santo spinello! …..Una canzone avanti 10 anni…. come una gigantesca ed incredibile onda venne a spazzar via tutti i dubbi sulle capacità di quei 5 metallari di Birmingham.
Menti sublimi a loro modo, caotici alchimisti calzati di pelle scura che si facevano portatori di un linguaggio esplosivo in mi minore, strafatti di chitarre strafatte, “sbottati” da una voce assurda, necessariamente vertiginosa, incoercibile ed estrema.
Da ricordare per dover di cronaca che nel 1988 (10 anni dopo)“Better by you better than me” (pure essendo una cover degli Spooky Tooth) causò ai Priest un processo per istigazione al suicidio dopo la violenta morte di due giovani del Nevada, che si spararono fuori da una chiesa. Il pezzo fu incriminato perché contenente un ipotetico messaggio subliminale “Do it, do it!”.
Furono assolti.
Ma veniamo al culmine della faccenda: mobilitazione delle masse, chiodo e borchie!!
“Killing Machine” (“Hell Bent For Leather” per il mercato americano) seguito dall’uscita del live act “Unleashed in the East” è l’album dell’intamarramento. La band si presenta con un inedito look che diverrà quello di ogni metallaro che si rispetti: pelle e cuoio dalla testa ai piedi, cinture e bracciali borchiati. (non erano ridicoli come i Manowar però).
Rob è ormai leader incontrastato ed emblema della musica Heavy: voce irraggiungibile, carisma incontenibile, chiodo e Harley Davidson.
Killing Machine cerca di avvicinarsi ai gusti del mercato americano: canzoni dirette costituite da riff semplici, assoli contenuti, voce che tende a non insistere più sulle note acute.
Resta comunque un ottimo disco con buone linee vocali in tutte le canzoni. Sono felice di poter constatare la presenza di diversi pezzi che potremmo inserire nel laboratorio alfordi, una su tutte la stravagante “Evil Fantasies”. In questa canzone pare che Halford si sia letteralmente divertito a sconfinare oltre il consueto e cercare, contemporaneamente, di raggiungere un cantato spinto davvero imprevedibile. Falsetti, stridii, note aperte, chiuse, gutturali. Gioca e si diverte, ma si sente che sta provando a strafare, non a interpretare la canzone per motivi ad essa legati. Ma questa canzon- “laboratorio, proprio come la chiama Demian, mi pare di fondamentale importanza; non fosse altro per l’impatto anticipatore di un canto “sfregiato” e sfregiante che diverrà poi imposto sul mercato metal da quell’immenso ammasso di muscoli che si chiama Eric Adams, portavoce dei Manowar.
RADIO BLOG: N. 28 - EVIL FANTASIES (JUDAS PRIEST)

“Unleashed in the East”, è l’album definitivo che chiude la prima parte della carriera dei Priest. Personalmente mi permetto di consigliarlo a chiunque voglia apprendere il verbo Priestiano con un solo disco. La bibbia di Giuda.
E’ energico, caotico, irruente, senza pause, una volta che lo hai messo su… muahahah sei spacciato!
Alcune maldicenze ribattezzandolo “Unleashed in the studio” narrano che durante il tour asiatico il metal god perse quasi completamente la voce.
Che il suono risulti “pompato” rispetto ai normali standar live è cosa innegabile, che alcuni massicci effetti furono spudoratamente aggiunti in cabina mix pure, è però indiscutibile che la prova vocale sia stupefacente, talmente al di sopra delle righe che se è vero che Rob perse la voce durante quegli show, allora la perse a fin di bene.
Da notare come riesca ad esprimersi su altezze “immorali”, come possa miscelare classe e collera in ogni singola strofa, agilità e passione per tutta la durata dell’esibizione.
Vorrei porre l’attenzione sulla disarmante agilità nella dizione, sulle interpretazioni rivedute di Victim of Change e The Ripper, i picchi improvvisi di Rock Forever ( “I can't stop talkin' about...ROOOOCK”), Exciter (con il crescendo finale sistemato) e Green Manalishi (sempre il finale), “The Sinner” è da suicidio, Diamond and Rust commuovente, Hell bent for Leather magniloquente (anche se rispetto al resto è la canzone “commerciale”, è un po’ l’inno ignorante del metallaro medio, nel senso buono del termine).
RADIO BLOG: N. 29 - FINALI LIVE A CONFRONTO (JUDAS PRIEST)
Insomma perché tirarla alla lunga, scusate il tono da prima media: a me sto disco fa “sbroccare”, ovviamente moltissimi cantanti rock lo presero come esempio assoluto.
“All right yeh! There’re twenty thousand heavy metal maniacs here tonight! We are ready yeh… the Priest is back!”.
Anni storici quelli… che Voce, per Dio!
lunedì, 21 novembre 2005
ROBERT HALFORD
(Judas Priest)
The Metal God

INTROITO DOVEROSO
Eccoci finalmente alla prima parte della scheda biografica che Demian ed io intendiamo dedicare a Rob Halford. Come già in precedenza scritto la scheda sarà particolareggiata e molto particolare. Puntata a far riflettere ridendo, pubblicata da una persona che conosce poco del cantante in questione, ma scritta da un appassionato fervido e ironico, vuole analizzare i pregi e i difetti di una delle più grandi voci del panorama metal mondiale. Ci saranno imprecisioni, errori e presunte "offese" agli estimatori più intransigenti. Chiediamo venia e comprensione. Gli mp3 sono stati scelti dal sottoscritto in base a quanto scritto da Demian nel corso della sua relazione. Eventuali disattenzioni e carenza di contenuti nella selezione sono totalmente imputabili a me.
Le future tre digressioni che concluderanno la scheda avranno per titolo:
CAPITOLO SECONDO :“METAL RULES THE LAND!”
Il successo planetario, la mobilitazione delle masse, lo “screaming”, il chiodo e le borchie.
CAPITOLO TERZO: “DEFENDER OF THE FAITH!”
Il massimo splendore, la caduta, Painkiller.
CAPITOLO QUARTO: “JUDAS IS RISING!”
La reunion, fino all’ultimo scream .
Together we wait... per ora buona lettura!
LEGENDA:
Demian
Mauro
Discografia
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ANNO
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ALBUM
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Valutazione da * a * * * * *
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1974
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Rocka Rolla
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1976
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Sad Wings of Destiny
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Must!
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1977
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Sin After Sin
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1978
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Stained Class
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1979
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Hell Bent for Leather/ Killing Machine
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1979
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Unleashed in the East (live)
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Must!
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1980
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British Steal
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1981
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Point of Entry
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1982
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Screaming for Vengeance
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Must!
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1984
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Defender of the Faith
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1986
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Turbo
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1987
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Priest Live! (live)
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1988
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Ram it Down
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1990
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Painkiller
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Must!
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2005
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Angel of Retribution
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Solista (tutti senza voto, e chi ne ha mai comprato uno?) io si quindi voto!
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2000
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Resurrection
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**
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2001
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Live Insurrection
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s.v.
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2002
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Crucible
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s.v.
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Ha inoltre registrato altri 3 album: 2 con i Fight, “Mutation” nel 1994 e “A small deadly space” nel 1995 (che non è niente male da quanto ricordo; contiene anche "In a World of My Own Making", bella ballad con un Halford che ripristina un modo elegante di porgere la voce...), ed 1 con i Two dal “curioso” titolo Voyeurs.
Influenze maggiori
Giuda Iscariota, Ozzy Osbourne, Ian Gillian, Papa Giovanni Paolo II (questa la capiranno in due).
Successori
E’ il papà di tutti i “cantanti metal”.
Chi è?
Rob Halford è il Dio del Metallo.
“Evening star I can see the light
Evening star guiding me so bright”
Disceso dal Cielo si è fatto uomo (o quasi) a Birmingham, il 25 agosto del 1951.
Le Metal Scritture non chiariscono le circostanze della venuta al mondo; pare comunque che il primo vagito stordì Re Magi e pecorelle, istintivamente i pastori reagirono in coro con mani alzate in un inedito gesto con dito indice e mignolo, la mamma di Rob rispose esaltata: <<all right yeh! You wanna rock!? you’ll get it!!!”.
La leggenda ha inizio nel 1973 quando, dopo aver militato nella band Hiroshima, entra a far parte della neonata hard-rock band Judas Priest, con i quali registrerà 13 album, molti dei quali fondamentali per la storia dell’heavy Sound e dell’ heavy-life-style.
L’ultimo capitolo della storia dei Priest risale a pochi mesi fa ed è intitolato “Angel of Retribution”
CAPITOLO PRIMO: “One for the road!”
La discesa sulla Terra e le prime Rivelazioni.
Probabilmente molti tra voi non sapranno che la prima testimonianza storica, registrata su nastro, della discesa di Dio sul pianeta risale al 1974, ed è raccolta nell’album Rocka Rolla.
Ed ora che lo sapete solo perché ve l’ho detto io pentitevi! reprobi e miscredenti che non siete altro! Ed andate a procurarvi il disco!
Grezzo Hard Rock post- Zeppeliniano proto-Sabbath: ci sono idée e Riff, manca il Suono.
I nostri faticheranno non poco ad ottenere la Formula del Suono, riservata al tempo a pochi eletti sacerdoti del nuovo credo, lungi dal divulgarla.
Fu così che le prime interazioni chitarristiche passarono quasi inavvertite, come una bomba inesplosa. Fu così che hard rock, blues e psichedelica, dark and epic sound furono una fusione non ancora esplosiva.
Contenuta a stenti dalla pochezza della registrazione è la voce di Rob: spigolosa e graffiante, diseducata come da miglior tradizione rock, non ancora “vertiginosa” e innovativa.
Sorvoliamo su primi 2 divertenti pezzi dell’album (“one for the road”, “rocka rolla”), la mini-suite invernale “Winter-Deep Freeze-Winter Retreat-Cheater” contiene molto di quello che i Judas erano allora: ispirati dalle atmosfere doom e dai riff dei Sabbath, vogliosi di fare emergere nuove soluzioni chitarristiche, voce particolare, seppure ancora alla ricerca della propria strada ed influenzata dall’approccio oscuro del primo Ozzy Osbourne e dal falsetto di Ian Gillan.
“L’attacco al Potere” è dichiarato nella seminale e malinconica ballata “Run of the Mill” (traccia 8), una sorta di acerba “Child in Time”.
Concedetemi un breve sproloquio: il gran finale è la prima vera espressione di Rob Halford:
l’entrata in scena della Voce, il desiderio come metonimia, la distruzione della sublimazione come tentativo di evirazione della Cosa (che èh?), la prima anche se incompleta rivelazione su uno dei futuri possibili del Canto Rock:
“Now with the aid of your new walking stick
You hobble along through society thick
And look mesmerized by the face of it all
You keep to the gutter in case you fall
I can't go on”
Magniloquente e teatrale nel lancio, sporca l’emissione su “the gutter” (tecnica che in futuro diverrà dominante, nel bene e nel male) . “I can’t go on” è la quasi esplosione: acuto alla Ian Gillan, quindi nasale sulle note più acute (“can’t”). I primi due “go on” però sono storici. Non ricordo prima di allora un “on” a quella maniera. Correggetemi se sbaglio. Entro nella scheda scrivendo, come vedete, in corsivo. Nella canzone in questione è a par mio importante notare come la voce di Halford tenda ad unire due diversi metodi di canto: il cipiglio, l'accento teatrale e vigoroso del cantato lirico e l'asprezza dell'emissione "dura" del rocker. Se infatti da un lato notiamo una incredibile propensione alla teatralità ed ad una recitazione in stile aulico (aiutata da un impianto armonico della canzone molto classico e allo stesso tempo evocativo!), dall'altra la voce sembra quasi ci venga letteralmente buttata addosso! Mai offerta, mai morbidamente protesa verso l'ascoltatore, ma sempre lanciata, scagliata! Da un punto di vista esecutivo danno fastidio i molti portamenti che il nostro eroe mette ad ogni finale di frase melodica (ad esempio "thick" o "mesmerized"), ma è significativo notare che essi scompaiono quando Rob si impegna nei melismi vocali (gruppetti e simili) di solito banchi di prova di vocalità femminile. Ed è tipico! Probabilmente avendo avuto come esempi di melismi delle donne (di solito più propense allo studio del canto), Halford tronca precisamente la frase, senza sporcarla (es: "Face of it all"). Viceversa,nelle altre frasi, segue in tutto e per tutto l'ideale di un canto rock puro, libero da qualsivoglia bellezza vocale e ricco d'una volontà di lasciar letteralmente "cadere" la voce.
RADIO BLOG: N. 17 - RUN TO THE MILL (JUDAS PRIEST)
“Dying to meet you” è un’altra ballata in tipico stile Priest: arpeggi iniziali, strofe, cambio di tempo, crescendo e sfuriata finale con acuti obbligatori.
Sad Wings of Destiny (1976) è il primo Testamento di Giuda, composto da 9 comandamenti.
“Victim of Changes” è il primo comandamento. Primo stra-classico dei Judas, pezzo all’altezza di altri stra-classici della portata di “Paranoid”, “Iron Man”, “Highway Star”, “Smoke on the water”, “black Dog” e “Whole Lotta Love”. (2 per gruppo, politicamente corretto ^_^). Vediamo in primis i titoli di questi brani storici:
01. Victim Of Changes
02. The Ripper
03. Dreamer Deceiver
04. Deceiver
05. Prelude
06. Tyrant
07. Genocide
08. Epitaph
09. Island Of Domination
I primi 7 minuti e 44 secondi di puro heavy metal nella storia; no Hard Rock, no Prog Rock, solo ed esclusivamente heavy sound: introduzione con chitarre armonizzate, riff roccioso, linea vocale da paura, interessante ed inedita per l’altezza, oscuro interlude, gran finale con iper acuto.
Peccato ancora per la produzione da morti di fame, il pezzo avrebbe potuto venire 10000 volte meglio se fosse stato più curato a livello di mix e arrangiamenti. La linea vocale inoltre, essendo di non facile esecuzione, presenta qualche errore di intonazione.
Una perla del genere non può essere limitata alla registrazione su nastro. L’heavy Metal è necessariamente live; è quindi sui palchi di tutta l’Europa che il pezzo riesce ad esplode definitivamente, perché è qualcosa di spettacolare nelle idee, nelle ambizioni, nelle ritmiche rabbiose e nell’energia (ascoltare per credere “Unleashed in the East”: i ritmi si fanno più veloci e trascinanti, il suono è “pieno”).
Nel corso dei tantissimi concerti il metal god rivede le “parti incerte” riuscendo ad imporsi violentando i timpani del grande pubblico con la potenza, vertiginosa estensione e classe naturale, unica ed ineguagliabile.
The Ripper (il secondo comandamento) è un altro stra-classico. Famosissimo l’intro di chitarre armonizzate, riff stoppato con l’acuto improvviso su “You’re in for shock-ooooooh” seguito da un cambio di tempo con incedere ipnotico di chitarre arabeggianti, gran finale con acuti sovraincisi (un po’ pattoni a dire la verità). Intonazione senza le sbavature di “Victim of change”.
Diciamo che l’interpretazione del personaggio Jack the Knife è poco “dinamica”, ma a suo modo caratteristica, evocativa e coinvolgente.
Segue Dreamer Deceiver la 3° ballata della storia dei Judas; lo schema (che diverrà un classico delle “ballate metal”) è quello delle prime due contenute in Rocka Rolla: arpeggi iniziali, strofe malinconiche, crescendo, gran finale con assolo ed iper acuti. Questo pezzo secondo me non necessita di particolari annotazioni, di “se” e di “ma”: lo credo stupendo così com’è, semplice ed autentico.
E’ inoltre uno dei classici pezzi dei Judas che catalogo ironicamente “laboratorio alfordi”: si sa, il buon Rob non era certo erudito cantore, ma aveva Voce e Pazzia adatte per sperimentare e mettersi in gioco come pochi potevano permettersi (o forse non avevano il coraggio?). Ed è curioso come tentativi e azzardi continuarono per tutta la carriera.
La prima strofa è una specie incerta di falsetto accomodato (non lo è e dopo specifico meglio di cosa si tratta; ho tenuto l'idea di Demian perchè mi sembra giusto che ognuno esprima le proprie opinioni ed impressioni), si passa poi su una tonalità più bassa con una voce-vocione di lirica ispirazione e dal tono fortemente teatrale, il registro cambia e ricambia sul crescendo (con il caratteristico sporcare l’emissione “And if we could grip”) per poi esplodere nel pauroso falsetto (stop-closure?) finale.
Ora, il finale non è la classica sfuriata acuta: è stra-fottutamente acuto, con vertiginosi vibrati in gola. In verità vi dico, potrà oggi giorno sembrare eccessivo, o mal riuscito (opinioni), ma considerando i tempi , considerando la voce….
Mi sono dedicato all'analisi (e pubblicazione) di questo pezzo perchè ritengo che sia effettivamente emblematico della pochezza tecnica di Rob, ma della sua precisa volontà interpretativa. La prima parte della canzone è cantata semplicemente in piano. Nessun falsetto, nemmeno nella breve salita. E' una voce fresca, giovane, bella! Può permettersi di cantare in questo modo senza nessun cedimento, nè di timbro, nè di intonazione! Da notare che all'inizio il cantante propone una parvenza di emissione morbida e pulita come quella classica; dopo pochi secondi ecco però riapparire l'emissione dura, che purtroppo sporca un poco il timbro rendendolo (lo noterete) aspro. Discorso a parte merita invece la pagina che Demian definisce "lirica". Ebbene qui avete l'esempio di un cantato falsamente lirico, totalmente di gola, assolutamente privo degli armonici fondamentali per la costruzione di una voce impostata. E' una voce grossa perchè semplicemente "volutamente ingrossata". Noterete che perde di squillo, di morbidezza, ma soprattutto di timbro. Diventa anonima, poco espressiva e soprattutto suona molto dannosa per le corde vocali. Immagino che se avesse scelto questa via non avrebbe certo cantato per 30 anni come invece ha fatto. La durezza dell'emissione e la falsità del timbro rovinano a mio avviso anche l'interpretazione. Con una voce tanto dura (letteralmente, anche in gola l'avrà sentito!) come si può pretendere?! Discorso a parte per gli acuti: qui siamo di fronte ad uno scherzo della natura. Da un lato una vocalità estrema molto ben sviluppata, dall'altro un'assenza di tecnica che rende gli acuti in stop-closer molto fissi (ricordate i mi naturali squillantissimi del giovane Tate in "queen of the..."?) e spesso, addirittura, crescenti! Sintomo di una "spinta fisica" davvero agli estremi. Ma sull'acuto Rob si trova bene e riprende vigore la teatralità e l'interpretazione. Di certo una voce rarissima!
RADIO BLOG: NN. 18-19-20 DREAM DECEIVER (JUDAS PRIEST)
L’obbiettivo principale era stupire e rinnovare, la strada da percorrere inedita e tutta da scoprire: si mirava all’Estremo, ad una rivoluzione rabbiosa (cos’altro è l’arte se non Shock!!! “your in for a shock!!” per l’appunto).
Detto questo è facile capire perchè sia Rob Halford, tra i cantanti rock, il più criticato ma anche il più amato ed il modello più imitato. (c’è sempre un po’ di lui nella voce di ognuno di noi).
Notate quindi come fino a qui, nella mia strampalata descrizione, non ho fatto nessun riferimento a caratteri importanti per l’analisi di una voce, come l’omogeneità o che altro. (Mauro mi insegna)
Registro vocale ed interpretazione variano infatti in continuazione, da canzone a canzone
Gli acuti sono tutti diversi, si va dagli strilli, al falsetto rinforzato “stop-closure”, dalle note ingolate ai vibrati nel naso (non quelli di ramazzotti però!).
La vera eccezione stilistica dell’opera è rappresentata da Epitaph (altro brano del laboratorio alfordi), interpretato alla maniera dei Queen di Freddy Mercury. Questa Song delina a mio parere molto bene come la ricerca vocale di Halford sia ancora lontana dal completamento di una tecnica vocale personale accettabile. L'omogeneità (come ha già espresso Demian) è inesistente, ma non sarebbe un problema se lo squillo e la teatralità ricercata non cozzassero contro una voce, anche qui, falsamente ingrossata, che rovina sia il pezzo che le corde vocali. Ma il bello della trentennale carriera del solista naturalmente deve ancora venire! Peccati di gioventù li possiamo chiamare. La voce del venticinquenne Halford è acerba di suo, ma offre moltissimi spunti per una ricerca personale verso un'impostazione di canto "diversa", inedita, adattissima al genere che poi i Judas imporranno. Ma non precorriamo i tempi...
RADIO BLOG: N. 21 EPITAPH (JUDAS PRIEST)
Da segnalare anche la volubile e magniloquente interpretazione di “Island of Domination” (altro pezzo dell’alfordi lab), in chiusura dell’album.
Per sintetizzare Sad Wings Of destiny è l’album fondamentale per capire non solo le origini del british heavy metal come oggi lo conosciamo, ma anche la nascita di un nuovo modo di cantare, libero da ogni sorta di regole di impostazione (come da miglior tradizione rock) ma profondamente ricercato e “ragionato” nella sua forma.
L’alternativa vocale a Rob Halford era rappresentata all’epoca dal piccolo grande Ronnie James Dio che nel ‘76 pubblicava insieme ai Rainbow, lo stupendo “Rainbow Rising”, il quale aveva dalla sua una voce di spessore maggiore, una grande teatralità ma poca facilità d'acuto rispetto ad Halford. Resta naturalmente un altro caposaldo che meriterà una doverosa attenzione in futuro!
Il tour di Sad Wings valse ai Judas Priest l’ingaggio della major CBS/Columbia.
La vita da morti di fame stava per finire!
Demian & Minstrel